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Instagram apre ai video da 90 minuti, Microsoft offre l'uscita a 60.000 dipendenti e i modelli AI costano fino all'80% in meno

Il formato Features porta su Instagram video orizzontali lunghi fino a un'ora e mezza, Microsoft propone la buonuscita a oltre un quarto dei suoi dipendenti per pagare 175 miliardi di data center e i listini dei modelli crollano. Cosa significa per chi in Italia compra pubblicità, guida un team o costruisce prodotti con l'AI.

28 ottobre 2026 9 min di lettura
90 min: Instagram sfida YouTube sul video lungo mentre Microsoft taglia 60.000 posti per pagare i data center

Novanta minuti. È la durata massima del video che Instagram ha cominciato ad accettare lunedì 26 ottobre con un formato nuovo, orizzontale, che si chiama Features ed è pensato per i podcast e per chi gira puntate lunghe. Lo stesso giorno, dall'altra parte degli Stati Uniti, Amy Coleman mandava una mail a circa 60.000 dipendenti Microsoft per proporre loro di andarsene con una liquidazione. Ventiquattr'ore prima, un ricercatore aveva messo in colonna i listini dei modelli linguistici degli ultimi quattro mesi e aveva trovato ribassi fino all'80%.

Il punto di contatto è il denaro. Meta va a cercare ricavi pubblicitari dove oggi non li prende, Microsoft li toglie dal costo del lavoro, e intanto il prezzo dei modelli crolla. Per chi in Italia compra pubblicità, gestisce un team o costruisce un prodotto con l'AI, cambia il preventivo.

Instagram apre ai video da 90 minuti e va a prendersi gli spettatori di YouTube

Features è un nuovo tipo di caricamento, annunciato il 26 ottobre. Il test è partito in Brasile e si allarga adesso a un gruppo ristretto di creator negli Stati Uniti, come ha raccontato Amanda Silberling su TechCrunch. 9to5Mac aggiunge il dettaglio che conta di più: i video sono orizzontali, cioè la forma che Instagram aveva rifiutato per anni, e il pubblico a cui si rivolgono sono podcaster e comici.

Adam Mosseri, capo di Instagram, ha ammesso il cambio di rotta nel video di annuncio girato con il Colin and Samir Show: per molto tempo, ha detto, è stato contrario al video lungo sulla sua app, perché i Reel generano più condivisioni e più messaggi diretti. A fargli cambiare idea è stata Tessa Lyons, vicepresidente prodotto, che però ha subito rassicurato chi lavora sul formato corto: «Reels is still going to be a core part of Instagram».

Due conduttori con cuffie e microfoni registrano un podcast in studio seduti a un tavoloRagazza con cuffie guarda un video dallo smartphone seduta sul divano con una tazza
Il formato Features punta su podcast e contenuti lunghi, e su chi li guarda dal telefono o dalla TV invece che da YouTube Foto Freepik

Il meccanismo ricicla il traffico che Instagram già ha. Dal Reel si passa all'episodio intero con un tocco, i creator ritagliano clip brevi dai contenuti lunghi e le usano da richiamo, i video interi entrano nei suggerimenti del feed e in Esplora. Si può anche spostare un video sull'app Instagram per la televisione, che negli Stati Uniti è arrivata su Apple TV dopo Fire TV e Google TV.

Resta aperta la domanda che interessa a chi dal video ci campa: quanto si guadagna. Un portavoce di Meta ha risposto che è troppo presto per parlare di un modello di monetizzazione di lungo periodo, e Mosseri ha spiegato che oggi i creator incassano soprattutto dai marchi. YouTube invece riconosce il 55% dei ricavi pubblicitari agli iscritti al Partner Program e dichiara di aver pagato più di 100 miliardi di dollari a creator, artisti e case di produzione in quattro anni. Il precedente tentativo di Instagram sul video lungo, IGTV, è nato nel 2018 ed è stato chiuso.

In Italia Features non c'è e nessuno ha indicato una data. Il mercato che sta per essere rimescolato, però, è già misurato: secondo l'Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano l'internet advertising italiano arriva a 7 miliardi di euro nel 2026 (+12%), i formati video valgono 2,9 miliardi (+16%) e pesano per il 41% del totale, la Tv 2.0 dentro le app dei televisori connessi sfiora gli 832 milioni (+19%). L'83% di quella raccolta finisce ai grandi operatori internazionali, un punto in più del 2025: se Instagram apre una finestra pubblicitaria da 90 minuti, quei soldi non restano nei bilanci italiani.

Microsoft offre l'uscita a 60.000 persone mentre spende 175 miliardi in data center

La nota interna porta la firma di Amy Coleman, chief people officer di Microsoft, e l'azienda l'ha confermata a TechCrunch il 26 ottobre. L'offerta di uscita volontaria riguarda circa 60.000 persone, più di un quarto dei 223.000 dipendenti a tempo pieno contati al 30 giugno. Coleman l'ha definita uno strumento «new for us», nuovo per l'azienda, che dà a chi sta già pensando a un futuro fuori da Microsoft la possibilità di muoversi adesso con un sostegno economico. Le condizioni ricalcano la liquidazione ordinaria.

Il perimetro è preciso. Sono idonei i dipendenti di livello 70 e inferiore nei team che partecipano al programma, in Stati Uniti, Canada, India e Regno Unito. Una fonte citata da Reuters elenca le aree coinvolte: AI experiences, Copilot, finanza, risorse umane, Xbox e Windows + Devices. Restano fuori marketing, il commerciale e la sicurezza, e fuori restano anche i data center, cioè proprio il pezzo di azienda per cui tutto questo viene fatto.

Il Building 92 del campus Microsoft di Redmond con il logo dell'azienda davanti all'ingresso
Il campus Microsoft di Redmond: l'offerta di uscita volontaria riguarda i team di Stati Uniti, Canada, India e Regno Unito Foto Jiaqian AirplaneFan / Wikimedia Commons, CC BY 3.0

Non è il primo giro. In aprile Microsoft aveva proposto un'uscita agevolata ai dipendenti americani vicini alla pensione, fino al 7% dell'organico statunitense: su circa 8.750 idonei, secondo Bloomberg più del 30% ha accettato. A luglio erano arrivati 4.800 tagli, il 2,1% della forza lavoro mondiale, con la ristrutturazione di Xbox. Stavolta la platea è sei volte più grande e la ragione sta nei conti: 175 miliardi di dollari di spesa in conto capitale previsti nell'anno solare 2026, quasi tutti in data center, GPU e CPU.

È una sostituzione contabile prima che tecnologica: lo stipendio è un costo che si taglia subito e si vede nel trimestre, il data center è un investimento che si ammortizza negli anni e che gli analisti premiano. I conti del primo trimestre fiscale arrivano proprio oggi, 28 ottobre, a mercati chiusi.

In Italia l'offerta non arriva: i quattro paesi coinvolti non comprendono l'Europa continentale. Da noi, del resto, un'uscita incentivata non è una mail con un pulsante: passa da una risoluzione consensuale firmata in sede protetta, con un incentivo soggetto a tassazione separata. Sul fronte opposto Microsoft in Italia continua a mettere soldi: i 4,3 miliardi di euro annunciati nel 2024 per allargare la regione cloud Italy North sono la stessa voce di bilancio che a Redmond si finanzia con le uscite volontarie.

I modelli costano fino all'80% in meno di tre mesi fa, e il preventivo va rifatto

Max Woolf ha pubblicato il 25 ottobre una ricostruzione dei listini dei modelli che vale la pena leggere con il foglio di calcolo aperto. Il 30 luglio OpenAI ha tagliato dell'80% il prezzo di GPT-5.6 Luna, portandolo da 1 a 0,20 dollari per milione di token in ingresso e da 6 a 1,20 in uscita. Il 21 agosto ha limato GPT-5.6 Sol di circa il 20%, a 4 e 20 dollari.

Poi è arrivato il 22 settembre, giornata in cui i due laboratori si sono mossi nello stesso giorno. OpenAI ha presentato GPT-6 Sol a 2 e 10 dollari, cioè la metà del prezzo già scontato del predecessore, e GPT-6 Luna a 0,10 e 0,50. Anthropic ha risposto con Opus 5.5 a 4 e 20 contro i 5 e 25 di Opus 5, e grazie al taglio sulla lettura della cache il costo complessivo scende fra il 40 e il 60%. Il 29 settembre GPT-6.1 Sol ha dimezzato ancora la cache: a quel punto la famiglia costa il 75% in meno.

Corridoio di un data center moderno con armadi rack bianchi e luci al soffitto su entrambi i lati
Il prezzo dei modelli scende anche perché servirli costa meno: Anthropic dichiara che Opus 5.5 richiede meno calcolo di Opus 5 Foto Freepik

Woolf propone quattro spiegazioni senza sceglierne una. La ritorsione reciproca, perché ogni taglio risponde al taglio dell'altro. La commoditizzazione, perché cambiare modello dentro un'applicazione costa poche righe di codice. La concorrenza dei pesi aperti: DeepSeek V4.1 Flash sta a 0,15 e 0,60 dollari e su OpenRouter ha 29 fornitori diversi, Kimi K3.1 Pro di Moonshot AI costa 2 e 10, la metà di Opus 5.5. E una ragione tecnica, visto che Anthropic dichiara di servire Opus 5.5 con meno calcolo. Resta la perplessità dello stesso Woolf: tagliare la voce di ricavo principale è l'ultima cosa che si fa mentre si prepara una quotazione in borsa.

Per chi costruisce prodotti in Italia il conto va rifatto adesso. Un servizio che a giugno girava su un modello da 5 dollari per milione di token in ingresso oggi può girare su uno migliore a 2, o su uno quasi equivalente a 0,15. Il mercato italiano dell'intelligenza artificiale, secondo l'Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, valeva 1,8 miliardi di euro nel 2025 con una crescita del 50%. Due avvertenze: i listini sono in dollari, quindi il cambio si mangia o regala una parte dello sconto, e dal 2 agosto 2026 l'AI Act europeo ha reso operative le regole sui sistemi ad alto rischio, che si sommano agli obblighi sui modelli di uso generale in vigore dall'agosto 2025. Risparmiare sul token non elimina il costo della conformità.

Cosa cambia in Italia

  • Per chi fa marketing: il video vale 2,9 miliardi di euro di raccolta in Italia nel 2026, il 41% dell'internet advertising. Un formato da 90 minuti apre spazi nuovi, ma dentro l'83% di mercato che finisce agli operatori internazionali: il piano media va rinegoziato, non solo riallocato.
  • Per i creator e i podcaster: conviene preparare il materiale lungo adesso, perché il test si allarga per inviti e chi arriva con un archivio pronto parte avanti. Occhio alle regole: la delibera AGCOM 197/25/CONS ha reso vincolante il codice di condotta per gli influencer rilevanti, con obblighi di trasparenza anche sui contenuti non pagati.
  • Per chi lavora nelle filiali italiane delle big tech: l'offerta Microsoft non tocca l'Italia, e da noi un'uscita incentivata segue strade diverse, fra sede protetta e tassazione separata. Il segnale è un altro: i tagli colpiscono il software, non i data center.
  • Per le aziende che comprano AI: i contratti e i preventivi firmati prima dell'estate sono fuori mercato. Con ribassi fino all'80% sul costo per token, un rinnovo annuale accettato senza rinegoziare è denaro lasciato sul tavolo.
  • Per le piccole imprese: secondo l'Istat solo il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti usa una tecnologia di intelligenza artificiale, contro una media europea del 20% rilevata da Eurostat. Il crollo dei prezzi toglie l'ultimo alibi economico, e lascia in piedi quello vero, le competenze.

Conclusioni: i tre preventivi che in Italia vanno rifatti entro dicembre

Il primo preventivo è quello pubblicitario. Con l'internet advertising italiano a 7 miliardi di euro e i video al 41% del totale, chi pianifica il budget 2027 decide adesso quanto mettere su un inventario che fra sei mesi potrebbe includere anche le puntate lunghe di Instagram. La lezione di IGTV insegna a non spostare tutto in anticipo, ma anche a non farsi trovare senza contenuti quando il formato apre in Europa. Stavolta la posta è più alta, perché l'app per la televisione sposta la contesa dal telefono al divano.

Il secondo è quello del personale. Microsoft ha mostrato il modo più ordinato di finanziare un investimento in AI: togliere denaro dal costo del lavoro nel software e spostarlo nel cemento e nelle GPU. Le filiali italiane restano fuori per ora, ma i gruppi italiani con piani di investimento in AI per il 2027 troveranno sul tavolo la stessa aritmetica.

Il terzo è quello tecnico, e porta dentro l'unica buona notizia. Il mercato italiano dell'AI vale 1,8 miliardi di euro e cresce del 50% l'anno proprio mentre il costo della materia prima scende del 75%: la spesa si sta spostando dai modelli a quello che ci si costruisce sopra. Chi nei prossimi mesi rinegozia i contratti, cambia modello dove conviene e mette il risparmio nelle competenze interne arriva al 2027 con un vantaggio misurabile. Chi lascia il rinnovo in automatico pagherà il 2026 ai prezzi del 2025.

Fonti

R

Redazione

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