Quando l’AI è davvero utile e sostenibile (senza Hype)
L’intelligenza artificiale fallisce quando resta solo “un tool in più” e non un cambio di mentalità sistemico. Sono sempre stato un bambino un po’ strano. Mentre i miei coetanei giocavano, io mi perdevo a osservare le persone.
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- 0:00Sigla e ospite: Gabriele Granato, CMO di Ellycode
- 0:42Dal liceo scientifico a scienze politiche, per curiosità
- 1:49Business intelligence accelerata dall’AI, con le persone al centro
- 3:25Perché i progetti di intelligenza artificiale non decollano
- 3:45L’80% dei progetti fallisce, e non per la tecnologia
- 4:49Lo stesso errore già fatto col digitale di ieri
- 5:42L’effetto FOMO: adottare per paura di restare indietro
- 6:10L’intelligenza artificiale che funziona è come l’arbitro bravo
- 6:45La vera competenza è la consapevolezza, non la tecnica
- 7:15I referenti interni che portano gli strumenti ai colleghi
- 7:45Sei settimane per il progetto, dodici mesi per i risultati
- 8:30Il freelance: provare gli strumenti e lanciarsi
- 10:04Gli studenti cambiano modo di lavorare in tre mesi
- 12:24Dentro Ellycode: dati, dashboard e vantaggio competitivo
- 14:53Cultura digitale: restare umani in un mondo che cambia
- 16:15La carrellata digitale: SpaceX, Amazon e OpenAI, pubblicità
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Ogni minuto che ascolti ti dà 1 CultXP, altri 10 se arrivi in fondo e 1 col tuo voto. Andare avanti con la barra non conta.L’intelligenza artificiale fallisce quando resta solo “un tool in più” e non un cambio di mentalità sistemico.
Sono sempre stato un bambino un po’ strano. Mentre i miei coetanei giocavano, io mi perdevo a osservare le persone. Mi chiedevo: “Perché, tra due strade simili – che portano alla stessa destinazione – qualcuno sceglie il percorso A e altri quello B?”
Tipo Google Maps ma prima che venisse inventato.
Questa ossessione per il comportamento umano mi ha portato prima a studiare Scienze Politiche, poi a immergermi nel marketing e, infine, a occuparmi di innovazione digitale. E in questi anni ho visto spesso una dinamica abbastanza comune: la tecnologia non cambia le cose fin quando non entra nelle abitudini quotidiane, nelle piccole cose. Quando diventa invisibile e indispensabile.
Similmente il digitale non è mai stato solo un insieme di bit o codice, ma un laboratorio a cielo aperto dove abbiamo la possibilità di vedere “in diretta” come cambiano linguaggi, routine e decisioni.
Oggi, con l’esplosione dell’Intelligenza Artificiale, ci troviamo di fronte allo stesso bivio. Tutti ne parlano, tutti la vogliono (spesso per paura di restare indietro), eppure molti progetti si fermano prima di portare valore reale: è un tema noto nella ricerca e nelle analisi di settore. Perché è così difficile garantire una corretta adozione dell’AI nella vita di tutti i giorni? La risposta, quasi sempre, non è nel software: è nella cultura e nel modo in cui lavoriamo.
Il paradosso del cambio manuale
Il primo errore che vedo commettere costantemente è trattare l’AI come un semplice “add-on”: un cerotto tecnologico da applicare su processi vecchi.
Immaginate di comprare una moderna auto con il cambio automatico. È progettata per semplificarvi la guida. Ma voi, abituati a guidare “come prima”, continuate a cercare la frizione e a muovere la mano sulla leva del cambio a ogni curva. Il risultato? Strattoni, stress e la sensazione che l’auto non funzioni come dovrebbe.
Con l’intelligenza artificiale accade lo stesso. Se proviamo a “incollare” nuovi strumenti su flussi di lavoro rigidi, senza cambiare mentalità e processo, l’AI non solo non aiuta: diventa un ostacolo.
L’AI è un acceleratore. Se i tuoi processi sono inefficienti, l’AI accelererà l’inefficienza. Ecco perché la prima leva non è lo strumento, ma il redesign del flusso di lavoro.
L’AI migliore è quella che non si vede
Quando mi chiedono quale sia il vero indicatore di successo nell’adozione dell’AI, rispondo con una metafora calcistica: l’AI che funziona davvero è come un bravo arbitro. Non si vede.
Se durante una partita notate l’arbitro, spesso significa che sta interrompendo troppo il gioco o che qualcosa non sta scorrendo. Un bravo arbitro, invece, fa fluire la partita. Allo stesso modo, l’AI deve diventare invisibile: entra nelle routine come ci sono entrati il calendario dello smartphone o il correttore automatico. A un certo punto non dici più “oggi provo l’AI”: la usi e basta, perché è diventata parte naturale del flusso.
L’obiettivo non è “usare l’AI”. L’obiettivo è lavorare meglio grazie all’AI.
Una strategia di adozione in 4 passi
Come docente alla LUMSA e nel confronto quotidiano con realtà molto diverse tra loro, ho visto centinaia di approcci a questa trasformazione. Questa è la roadmap pratica che consiglio per non fallire.
1. Consapevolezza (oltre l’hype) Il primo passo è capire che l’AI non è un singolo tool magico: è un modo diverso di lavorare. La domanda da porsi non è “quale software uso?”, ma “quale problema devo risolvere?”. Serve curiosità, ma serve soprattutto lucidità per non farsi trascinare dalle mode.
2. Identificare gli ambassador interni L’errore classico è calare l’innovazione dall’alto. Cercate invece gli ambassador: 2–3 persone nel team naturalmente curiose. Saranno loro a dire ai colleghi: “Guarda, facendo così ho risparmiato mezz’ora” (o ho ridotto un errore ricorrente). L’esempio tra pari vale più di mille direttive.
3. Quick wins in 4–6 settimane Non imbarcatevi subito in progetti biennali. Dovete strutturare piloti piccoli e mirati che diano risultati tangibili in 4–6 settimane. Che sia l’automazione di un report o la sintesi di documenti, in un mese e mezzo dovete poter misurare un vantaggio concreto: tempo recuperato, errori ridotti, meno attrito nel flusso.
4. Consolidamento in 9–12 mesi Se i risultati si vedono presto, il cambio culturale richiede tempo. Un programma serio si stabilizza in 9–12 mesi: è il tempo necessario affinché la “macchina con il cambio automatico” venga guidata in modo naturale, senza cercare più la frizione.
Dalla teoria alla pratica: due micro-esempi senza tool
Come si traduce tutto questo nel lunedì mattina? Ecco due esempi semplici, perché il punto è il processo, non lo strumento.
- Riunioni. Invece di lasciare appunti disordinati, usate l’AI per estrarre solo tre cose: Decisioni prese, Azioni da fare, Responsabili. Il valore non è nella trascrizione: è uscire dalla riunione con una lista di cose da fare pulita e condivisa.
- Email. Prima di inviare una mail lunga e complessa, chiedete: “Riscrivila per renderla più chiara e sintetica, mantenendo un tono professionale”. Spesso scopriamo che potevamo dire le stesse cose con la metà delle parole — riducendo il carico cognitivo di chi legge.
Business Intelligence umana: abilitare, non sostituire
Un ultimo esempio riguarda i dati. Nella Business Intelligence, l’AI non deve sostituire l’analista: deve abilitarlo. Invece di perdersi in dashboard statiche, oggi possiamo “interrogare” i dati con il linguaggio naturale (“Perché le vendite sono scese a marzo?”). La tecnologia amplifica la capacità umana di comprendere e decidere. Se l’AI serve l’umano, è innovazione sostenibile.
Conclusione: restare umani
Chiudo tornando al concetto di Cultura Digitale. Spesso si pensa che significhi saper programmare. Per me è l’esatto opposto: è la capacità di restare umani mentre il mondo cambia.
È un atteggiamento mentale che ci permette di guardare l’adozione dell’AI senza paura, ma anche senza idolatria. Dobbiamo chiederci sempre: questa tecnologia cosa sta amplificando?
Se mettiamo al centro le persone, l’AI amplifica valore e creatività. Se invece la macchina diventa il fine e l’umano il mezzo, è il momento di fermarsi e ricalibrare il navigatore.
Gabriele Granato è CMO di Ellycode e docente presso l’Università LUMSA. Si occupa di trasformazione digitale e strategie di adozione dell’AI con un approccio Human-First. Puoi seguirlo su LinkedIn o scoprire di più sui progetti di Business Intelligence su Ellycode.
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CARRELLATA DIGITALE
SpaceX valuta una fusione con Tesla o xAI
Qui non è solo “finanza”: è strategia di potere. Secondo Bloomberg, SpaceX starebbe valutando una possibile fusione con Tesla, mentre in alternativa esplorerebbe una combinazione con xAI, anche in vista di una futura IPO. Il punto interessante è il perché: mettere insieme spazio, auto e AI significherebbe unire capitale, dati e infrastrutture in un’unica narrativa industriale—con possibili sinergie (compute, satelliti, robotica, guida autonoma) ma anche enormi implicazioni su governance e concentrazione. In pratica: non una “mossa di mercato”, ma un tentativo di consolidare l’impero Musk in modo più integrato e difendibile.
Amazon valuta un investimento fino a 50 miliardi di dollari in OpenAI
Se i numeri sono quelli riportati da Reuters, qui siamo davanti a una nuova fase della corsa all’AI: mega-round e alleanze che ridisegnano l’equilibrio tra Big Tech. Amazon sarebbe in trattativa per investire “decine di miliardi” fino a 50 miliardi in OpenAI, con discussioni ancora in fase iniziale e negoziato guidato (secondo WSJ) da Andy Jassy e Sam Altman. Il contesto è ancora più esplosivo: OpenAI starebbe cercando fino a 100 miliardi con valutazione intorno a 830 miliardi, e si parla anche di investimenti aggiuntivi (es. SoftBank). Tradotto: non è solo “Amazon mette soldi”, è un segnale che la partita si gioca su compute, data center e distribuzione—chi finanzia, compra un pezzo di futuro (e influenza).
OpenAI imposta i primi prezzi per la pubblicità in ChatGPT
Qui la notizia è una sola: la conversazione diventa inventory pubblicitario premium. Secondo quanto riportato (via The Information), OpenAI starebbe prezzando gli annunci in ChatGPT intorno a 60 dollari CPM (per mille impression), un livello paragonato a contesti “premium” e ben sopra molte piattaforme digitali. La fase iniziale, sempre secondo il report, punterebbe su grandi brand via agenzie, con metriche “high level” (impression e click) e primi annunci attesi “nelle prossime settimane” sui piani Free e Go. La domanda vera, per chi fa marketing, è: se la chat diventa un luogo dove si “cattura” attenzione ad altissima intenzione, come cambiano creatività, misurazione e fiducia? Perché qui non stai interrompendo uno scroll: stai entrando in un momento in cui l’utente sta chiedendo qualcosa.
Google ti fa importare le chat di ChatGPT in Gemini
Questa è la guerra più sottile: portabilità della memoria. Google starebbe testando su Gemini una funzione chiamata “Import AI chats” che consentirebbe di importare lo storico conversazioni da altri chatbot (come ChatGPT, ma anche Claude o Grok) caricando un file esportato. È una mossa strategica perché abbassa la frizione del “cambio assistente”: se ti porti dietro progetti e contesto, la scelta non è più “riparto da zero”. Ma la parte che fa drizzare le antenne è quella che Gadgets360 evidenzia come incognita: come verranno gestiti preferenze, memoria e possibili conflitti di contesto, e soprattutto cosa implica tutto questo sul piano privacy/permessi una volta che quei dati entrano in un altro ecosistema.
Per questa settimana è tutto. Vi aspettiamo il Sabato alle 15 su Radio RCS75, sul nostro canale telegram Cultura Digitale, sul nostro canale Instagram “culturadigitale.live” e sulle maggiori piattaforme podcast.
Redazione
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Gabriele Granato
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