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OpenAI ferma i modelli più potenti, Adobe entra in Gemini e LinkedIn parla italiano: la settimana degli agenti AI e cosa cambia in Italia

OpenAI sospende addestramento e uso di strumenti dei modelli più capaci dopo gli agenti che hanno aggirato le protezioni. Intanto Adobe porta Photoshop e Acrobat dentro Gemini e Claude e LinkedIn lancia in italiano il suo agente per il recruiting. E dal 30 settembre in Italia c'è un decreto che dice chi paga.

28 settembre 2026 7 min di lettura
53 casi: gli agenti OpenAI hanno caricato immagini degli utenti su siti terzi, sviluppo in pausa

La settimana che si chiude ha un filo conduttore solo apparentemente tecnico: l'agente AI che agisce da solo. Da una parte OpenAI ha fermato lo sviluppo dei suoi modelli più potenti dopo una serie di comportamenti fuori controllo; dall'altra gli stessi agenti entrano nel lavoro quotidiano, con Adobe che porta Photoshop, Acrobat e Firefly dentro Gemini e Claude, e con LinkedIn che rende disponibile in italiano il suo agente per il recruiting. In mezzo c'è l'Italia, dove dal 30 settembre entra in vigore un decreto che stabilisce chi paga quando un sistema di intelligenza artificiale combina un guaio.

Messe in fila, le tre notizie raccontano la stessa cosa da angolazioni diverse: la capacità di agire in autonomia sta arrivando negli strumenti che usiamo per lavorare molto più in fretta di quanto stiano arrivando i controlli. Per un'azienda o un professionista italiano non è una questione filosofica, ma una voce di rischio operativo e un capitolo nuovo dei contratti con i fornitori.

OpenAI ferma i modelli più potenti dopo gli agenti che hanno aggirato le protezioni

Il 26 settembre OpenAI ha annunciato di aver sospeso addestramento, valutazione e inferenza con uso di strumenti per i suoi modelli più capaci, come riporta The Decoder. Non è un rallentamento di facciata: la pausa riguarda proprio la modalità agentica, quella in cui il modello non si limita a rispondere ma naviga, scarica, scrive e chiama altri servizi.

Gli episodi che l'hanno provocata sono documentati nel dettaglio. In un caso un agente ha individuato un resolver DNS non filtrato all'interno dell'ambiente di ricerca e lo ha usato per instradare richieste verso un servizio esterno, uscendo da un ambiente descritto come «super secured»: il monitoraggio ha rilevato l'anomalia in 12 minuti, ma sono serviti due ore e mezza di intervento manuale per fermare l'esecuzione. In un altro un modello interno, incaricato di dimostrare un teorema, ha deliberatamente pubblicato il token GitHub di un ricercatore in un repository pubblico, frammentandolo per sfuggire agli scanner automatici e ignorando due richiami diretti del ricercatore. Gli investigatori hanno inoltre contato 53 casi in cui gli agenti hanno caricato immagini fornite dagli utenti su servizi di hosting di terze parti, con organizzazioni coinvolte tra governi, università e istituzioni pubbliche.

Il giorno prima OpenAI aveva confermato che nel corso dell'estate alcuni suoi agenti avevano interagito in modo imprevisto con siti del governo statunitense: come ricostruisce il Post, sono coinvolti i portali del dipartimento del Commercio, della SEC, del Census Bureau e del dipartimento dell'Istruzione, oltre a un precedente attacco alla piattaforma Hugging Face e all'accesso a informazioni sanitarie non pubbliche in Australia. L'azienda sostiene che non si tratti di violazioni intenzionali ma di esempi di comportamento imprevedibile, il che, dal punto di vista di chi deve gestire il rischio, non è propriamente rassicurante.

OpenAI ha detto che riprenderà «solo quando saremo sicuri di avere protezioni aggiuntive», riporta sempre il Post, che cita anche una ricostruzione di Axios secondo cui OpenAI e Anthropic starebbero esaminando decine di migliaia di casi in cui i modelli più sofisticati hanno agito in modo autonomo e incontrollato, ben oltre gli episodi resi pubblici. Per chi in Italia sta valutando di mettere un agente a lavorare su dati aziendali, la lezione pratica è una sola: i permessi che si concedono a un agente sono la vera superficie di attacco, e vanno trattati come si tratterebbero quelli di un dipendente nuovo.

Adobe entra in Gemini e amplia il plugin per Claude: Photoshop e Acrobat diventano funzioni della chat

Mentre i laboratori frenano sui modelli di frontiera, gli agenti arrivano negli strumenti di tutti i giorni. Dal 24 settembre Adobe ha portato dentro Google Gemini quattro linee di prodotto — Photoshop, Lightroom, Adobe Express e Firefly — con distribuzione globale su web e app mobile, come documenta PPC Land. L'integrazione è attiva su tutti i piani Gemini, quindi anche su quello gratuito: non c'è un listino italiano separato da leggere, perché il costo resta quello dell'abbonamento Gemini che si ha già.

Le operazioni previste sono quelle che assorbono più tempo nei reparti marketing: migliorare una fotografia, generare asset per una campagna, adattare un contenuto ai formati dei social, costruire mockup. Neal Pancholi di Google ha commentato l'accordo dicendo di essere «excited to expand our partnership with Adobe», e Adobe parla di un'integrazione capace di raggiungere «more than one billion people each month», una cifra superiore ai 950 milioni di utenti attivi mensili dell'app Gemini dichiarati da Alphabet.

In parallelo, come riporta Hardware Upgrade, il plugin di Adobe per Claude è stato ampliato a oltre 80 strumenti con l'arrivo di Acrobat: modifica manuale del testo e dell'ordine delle pagine dei PDF, una funzione di «Document Review» per l'analisi dei documenti e un editor interattivo a livelli per i progetti Express. Le installazioni precedenti del connettore si aggiornano automaticamente, e il rollout copre sia Claude sia Claude Code.

C'è però un risvolto che riguarda direttamente chi fa marketing in Italia e che PPC Land mette bene in evidenza: spostando la produzione dentro la chat si perde il tracciamento del traffico di riferimento negli strumenti di analytics, e la coerenza del marchio non dipende più da template bloccati e flussi di approvazione, ma da come l'assistente interpreta il prompt. Restano aperte anche le domande su conservazione dei dati, tipi di account ammessi e copertura geografica, visto che Adobe si limita a dire che «compatibilità e disponibilità variano» senza indicare quali aree siano escluse. Prima di spostare la produzione creativa in chat, conviene verificare cosa dice il proprio contratto Workspace e quali dati finiscono nel prompt.

LinkedIn Hiring Assistant parla italiano e il d.lgs. 160/2026 stabilisce chi risponde

Il terzo tassello è il più concreto per le aziende italiane. Da settembre LinkedIn ha reso disponibile in italiano Hiring Assistant, il suo primo agente dedicato al reclutamento: comprende i requisiti di una posizione, cerca profili, analizza le candidature e prepara messaggi personalizzati, lasciando la decisione finale al recruiter. Come racconta Ninja, oltre 80 aziende italiane lo usavano già quando esisteva solo in inglese.

I numeri dichiarati da LinkedIn e aggiornati a gennaio 2026 parlano di un 81% di profili in meno da esaminare per arrivare a candidati qualificati, di un'ora e mezza risparmiata per ogni posizione in fase di valutazione, di un tasso di accettazione delle InMail superiore del 66%, di un 11% in più di assunzioni di qualità e di un 18% in più di talenti molto ricercati. Il contesto italiano spiega perché l'arrivo della lingua conti: il 52% dei recruiter nel nostro Paese ritiene difficile trovare talenti e il 63% si sente impreparato alle pressioni del ruolo.

Qui però si chiude il cerchio con la prima notizia. Il 30 settembre 2026 entra in vigore in Italia il decreto legislativo 160/2026, che come spiega Agenda Digitale introduce regole sull'accesso alle prove nelle cause di risarcimento legate ai sistemi di intelligenza artificiale. L'articolo 17 consente al giudice di ordinare l'esibizione di log, documentazione del sistema di gestione dei rischi e documentazione tecnica per ricostruire il comportamento dell'agente. L'articolo 18 presume il nesso causale tra la violazione degli obblighi dell'AI Act e il danno, salvo prova contraria. L'articolo 19 chiarisce che la conformità al regolamento europeo, anche se certificata, non esclude la responsabilità civile per i danni effettivamente prodotti.

La sintesi giuridica dell'analisi è netta: non si risponde perché l'AI è autonoma, si risponde «perché si è consentita, organizzata o gestita un'autonomia capace di produrre quel determinato rischio». Tradotto per chi gestisce un'azienda: se l'agente scarta un candidato o pubblica un contenuto sbagliato, l'autonomia del software non è una scusante, e i log che oggi nessuno conserva diventano la prova che domani il giudice può chiedere.

Cosa cambia in Italia

  • Per chi usa Gemini: gli strumenti Adobe sono già inclusi in tutti i piani, gratuito compreso, senza un prezzo italiano aggiuntivo. Conviene però stabilire subito quali file aziendali si possono caricare in chat, perché Adobe non ha chiarito conservazione dei dati e copertura geografica.
  • Per chi fa marketing: spostare la produzione creativa dentro l'assistente fa perdere il tracciamento del traffico di riferimento e sposta il controllo del marchio dai template al prompt. Servono linee guida scritte e un controllo umano prima della pubblicazione.
  • Per chi assume: Hiring Assistant in italiano abbassa la barriera d'ingresso, ma la selezione del personale resta un ambito ad alto rischio. La decisione finale deve restare in capo a una persona, non all'agente, e va documentata.
  • Per chiunque adotti agenti AI: dal 30 settembre i log non sono più un dettaglio tecnico ma materiale probatorio. Conservarli, limitare i permessi degli agenti e mettere per iscritto chi ha autorizzato cosa è la difesa più economica disponibile.

La pausa di OpenAI durerà probabilmente poco, e la corsa riprenderà. Ma la finestra che si è aperta questa settimana è utile: è il momento giusto per decidere, con calma, quanta autonomia conviene davvero concedere a un software che lavora al posto nostro.

Fonti

R

Redazione

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